
A stilare un vademecum con le regole da rispettare per non scambiare un fungo velenoso per un fungo commestibile è il Centro Antiveleni dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Nella struttura romana ogni anno vengono seguiti circa 10 bimbi con intossicazione da funghi. Più in generale si verificano circa 5 casi ogni 100.000 persone, pari allo 0,25% delle esposizioni a sostanze tossiche nell’uomo.
“Una buona parte non è dovuta all’ingestione di funghi velenosi, ma ad un uso scorretto. Spesso, infatti, i funghi vengono mangiati senza un’adeguata cottura, in cattivo stato di conservazione, in fase troppo avanzata di maturazione o in eccessiva quantità”, spiega Marco Marano, responsabile del Centro Antiveleni. Tra i consigli anche utilizzare per la raccolta cestini e cuocere i funghi sempre senza coperchio per far evaporare le tossine termolabili.
La maggior parte delle intossicazioni si risolve senza danni o con sintomi irrilevanti, ma in un piccolo numero di casi (39 all’anno negli Usa, secondo il National Poison Data System) le conseguenze sono gravi. L’ingestione di alcune specie più pericolose, come l’Amanita phalloides, genera sintomi che si manifestano dopo molte ore (da 6 a 48), quando il danno agli organi interni si è già innescato. Altri tipi possono invece provocare reazioni “a breve latenza”, come disorientamento e convulsioni o gravi sintomi gastro-enterici.
